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Collana: Strumenti
Anno: 2005
Dimensione: 17x24 cm
Pagine: 100
Prezzo: € 10,00
ISBN: 88-8467-274-0
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Giuseppe Marci

pubblicazioni

La coltivazione de' gelsi e propagazione de' filugelli in Sardegna

Le piante

L'autografo de Il giorno del giudizio

Alpinismo a quattro mani

Index libri vitae

De su tesoru de sa Sardigna

Autobiografia

Di alcuni pregiudizii sulla così detta Sarda intemperie

Agricoltura di Sardegna

Famiglia Alpinistica

In presenza di tutte le lingue del mondo. Letteratura sarda

Il mondo che ho vissuto

Minori e minoranze tra Otto e Novecento

Opere edite

documento testuale

Bollettino di Studi Sardi

Giuseppe Marci
In presenza di tutte le lingue del mondo. Letteratura sarda: il Novecento

L'autore

Giuseppe Marci insegna Filologia italiana all’Università di Cagliari.

È dai tempi di Lucifero – “nostro padre”, lo definiva Camillo Bellieni – che agli scrittori sardi viene rivolta l’accusa d’avere uno stile barbarus. Accusa ripetuta agli antichi e ai moderni, a Vincenzo Sulis, a Enrico Costa, a Grazia Deledda, a molti altri dopo di lei.
Ma non si sono arresi e hanno caparbiamente continuato a scrivere utilizzando tutte le lingue disponibili: la propria e le altrui, le lingue materne e quelle imposte, le lingue dei dominatori che venivano imparate e subito impiegate, le lingue inventate per dar voce al bisogno di raccontarsi, di definirsi come soggetto etnostorico eguale e diverso, capace di adattare la propria identità (anche linguistica) al mutare dei tempi.
Finché è poi giunta davvero la stagione nella quale i meticci di tutto il mondo si sono uniti ed hanno cominciato ad affermare il valore del migan, come si dice con parola creola: del misturo, come diciamo noi.

Premessa

C’è un’immagine della Sardegna che abitualmente si propone, data e ricevuta come moneta corrente, quasi fosse l’unica possibile. È l’immagine di una civiltà pastorale arroccata in un ambiente naturale, selvaggio e inaccessibile. Quasi un mito, fondato sul concetto di insularità intesa come separatezza, separatezza che deriva dal dato geografico e si trasforma in un elemento della psicologia, in tratto del carattere continuamente ripetuto nel corso dei secoli. Separatezza e diffidenza, sospetto nei confronti di ciò che viene dal mare, uomini o idee che siano, resistenza ai sempre ripetuti tentativi di conquista. È un’immagine fiera, non priva di un suo rudimentale eroismo. L’accompagna un corredo che dall’antichità giunge fino a noi con pochissime modificazioni. La veste di pelle, il coltello, la mungitura, l’im­pianto della vigna che ripete il gesto di Noè, il vino nero, la cantina, le voci baritonali, la vendetta e così via.

Ancora oggi, in un’epoca in cui la comunicazione in tempi reali può darci rapida ed esatta informazione di ciò che accade in paesi lontani, quell’immagine sembra essere la sola accreditata a rappresentare la Sardegna, il solo biglietto da visita autentico.

Chi, per ragioni di lavoro o per vacanza, sbarca nell’isola, s’attende di trovare giacche d’orbace e gambali di pelle, porchetti arrosto e balli in tondo. Né un’opinione molto diversa abbiamo noi che in questa terra abitiamo. E non c’è dubbio che un tale radicato convincimento nasca dall’importanza, dalla prevalenza, forse, che la cultura pastorale ha avuto (e forse ancora, almeno in parte, ha) rispetto alle altre forme in cui nei secoli si è caratterizzata la storia della Sardegna. Ma a una più attenta riflessione si dovrà convenire che la visione pastorale, primitiva e rustica, non esaurisce il panorama isolano. Come tutte le definizioni, del resto, che fissano ciò che è mobile, schematizzano ciò che è vario, introducono semplificazione dove c’è complessità di fenomeni.

E sotto il peso di una eccessiva semplificazione risulta compresso, ancora oggi, quasi del tutto ignorato, un importante campo nel quale purtuttavia si sono lungamente esercitati gli uomini che hanno vissuto in Sardegna: il campo delle attività culturali e, particolarmente, quello della scrittura.

Se un’improvvisa domanda ci chiedesse di elencare le principali testimonianze prodotte dallo spirito umano in Sardegna, non avremmo difficoltà a ricordare le opere dell’età nuragica, parleremmo delle chiese pisane, forse delle attività pittoriche e dei retabli. Ma a chi verrebbe in mente di citare un’opera letteraria? Certo, c’è Grazia Deledda con il suo premio Nobel che appare come un monumento nel deserto, c’è la poesia di Sebastiano Satta e, più vicini a noi, Paese d’ombre di Giuseppe Dessì, Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, Padre padrone di Gavino Ledda, i romanzi e i racconti di Sergio Atzeni che hanno avuto notevole diffusione, Salvatore Mannuzzu: difficile aggiungere molti altri nomi di scrittori o titoli di opere.

Vari sono i motivi che possono spiegare questa dimenticanza, ma, al di là d’ogni possibile giustificazione, essa rappresenta indubbiamente una perdita non inferiore a quella costituita dalla devastazione di un ambiente naturale, dal crollo di un monumento, dal furto di un’opera d’arte. Il nostro essere qui, così come siamo, deriva da un processo storico e da un’elaborazione culturale che vanno conosciuti, qualunque importanza abbiano avuto nel­l’ampio scenario degli eventi umani, perché solo attraverso quella conoscenza, e la riflessione che ne deriva, possiamo arrivare a capire la nostra attuale fisionomia, a disegnare il nostro futuro modo di essere.

Lo studio delle produzioni letterarie può aiutarci capire che quell’imma­gine fiera e barbarica non esaurisce l’intero panorama, perché alla realtà sarda anche appartengono, e non vanno dimenticati, lo sforzo del pensiero e la tensione della scrittura: un’attività intellettuale che dalle età più antiche a oggi si è sviluppata, anche in maniera discontinua, ma comunque tracciando una parabola che può essere identificata e descritta. A dispetto della frantumazione geografica del territorio isolano e della perifericità rispetto alle capitali della cultura europea, gli autori sardi, quando più quando meno nelle diverse epoche storiche, non furono ignari del dibattito ed ebbero la strumentazione dottrinaria per parteciparvi intendendolo e, in determinati casi, arricchendolo con il personale contributo.

Testimonianza di questa attività sono le opere che ci rimangono e che meritano di essere riconsiderate, lette l’una in relazione all’altra, studiate nei tratti che le accomunano e le congregano in un unico assieme rappresentante il patrimonio letterario sardo. È a questo assieme che volgiamo lo sguardo con la convinzione che conoscerlo sia, per i sardi, un compito irrinunciabile.

Va subito detto, a scanso d’equivoci, che una siffatta considerazione non nasce da ragioni d’indole sentimentale ma piuttosto deriva dagli atteggiamenti ormai saldamente assunti dalla metodologia letteraria, sempre più attenta ai particolari percorsi che le letterature hanno compiuto e compiono nelle diverse regioni del globo, non di rado anche espresse da piccoli popoli, talora in una lingua differente da quella parlata (ma con feconde derivazioni dalle consuetudini dell’oralità) o, sempre più di frequente, in un impasto, comunque connotato, fra la lingua materna e quella della nazione che per gli eventi della storia abbia esercitato una dominazione politica e, comunque, abbia avuto un influsso culturale e linguistico.

In Italia la tradizionale immagine di una letteratura nazionale, desanctisianamente vista come un sistema unitario e coeso, è stata riconsiderata dopo la pubblicazione del saggio di Carlo Dionisotti intitolato Geografia e storia della letteratura italiana (1951) che ha spiegato come l’attività letteraria possa e debba essere vista in relazione allo spazio e al tempo, alla storia e alla geografia, “alle condizioni che nello spazio e nel tempo stringono ed esaltano la vita degli uomini”[1].

Per quanto concerne la Sardegna è necessario precisare che “allo stesso modo in cui il sardo non può essere considerato un dialetto italiano, difficilmente la Sardegna, a causa della sua posizione decentrata e della sua peculiarissima storia, segnata dall’incontro con diverse culture, può essere integrata in un discorso di storia letteraria rigorosamente italiana”[2].

Tale precisazione avrà non trascurabile importanza nell’aiutarci a considerare le opere prodotte dai sardi nel corso dei secoli come il frutto di un’attività intellettuale e di elaborazione artistica capace di esprimere una soggettività tanto conculcata dalle vicende della storia quanto caparbiamente riaffermata nelle pagine della scrittura, una soggettività che se non è riuscita, sul piano politico, a dar vita a un organismo statuale autonomo, ha costruito una tradizione culturale e letteraria riconoscibile per le peculiari caratteristiche tematiche e linguistico-formali che la distinguono. Fino a formare un corpus di opere dotato di interiore coerenza in quanto elaborato attraverso un processo intellettuale e artistico che si sviluppa nel tempo conservando una omogeneità di fondo.

A tale processo, e alla sua sostanziale omogeneità, occorre guardare – come ha cercato di fare Egidio Pilia nel suo abbozzo di storia letteraria sarda[3] – pensando di offrire un contributo per la realizzazione di una storia della letteratura sarda che anche sia storia dei sardi, dei motivi per i quali hanno scritto, degli obiettivi che intendevano raggiungere, dei modi attraverso i quali hanno inteso conseguire il risultato voluto.

Sotto il profilo del metodo storiografico una feconda indicazione può derivare, a questo riguardo, dall’atteggiamento assunto da Giuliano Procacci nella sua Storia degli italiani, nella cui introduzione, fra l’altro, si afferma che non è concepibile “una storia degli italiani del nostro millennio al di fuori del contesto europeo”[4].

Non è concepibile, si parva licet..., neppure una storia dei sardi e della loro letteratura al di fuori del contesto europeo per l’indiscutibile intreccio di atti diplomatici e di governo, di guerre e di accordi di pace, di correnti di idee, di generi letterari e di moduli stilistici che ha legato e lega la Sardegna all’Italia, alla Spagna, al bacino del Mediterraneo, all’intera Europa, a dispetto dei luoghi comuni sull’isolamento.

Se c’è un elemento che caratterizza la Sardegna, la sua storia e la produzione dei suoi scrittori, questo consiste proprio nell’avere i sardi frequentato popoli, culture e lingue diverse e nell’avere elaborato una propria espressione linguistica (o un insieme di espressioni linguistiche che, pur nella diversità che le distingue, formano comunque un sistema) in presenza di tutte le lingue del mondo, come direbbe Édouard Glissant, ovverosia nel confronto con tutte le genti con le quali, per le ragioni della navigazione, del commercio e della guerra, hanno avuto motivo di incontro.

È, quello del sardo e del suo impiego nella scrittura, un problema che complica il discorso e lo rende più affascinante, perché quell’antica lingua, in apparenza così poco funzionale per le sofisticate esigenze della contemporaneità e poco presente nella tradizione scritta (ma con l’orgoglio che le deriva dall’aver preceduto nei documenti ufficiali l’apparizione del volgare italiano), è però sostenuta dal fecondo rapporto di scambio che in Sardegna si è realizzato, e dura fino a oggi, tra oralità e scrittura e dall’abitudine al confronto con lingue maggiormente diffuse ed espressione di culture dominanti: un lungo esercizio che consente di dubitare delle pessimistiche e ricorrenti previsioni di fine imminente.

Se poi consideriamo che sul finire del Novecento numerosi scrittori, in prosa e in poesia, hanno voluto impiegare le diverse varietà del sardo (ma anche l’italiano regionale sardo e forme linguistiche ancor più meticce) nella composizione delle loro opere, possiamo ritenere che quelle prove dall’evi­dente valore sperimentale, con i molti limiti ma anche con i pregi che le distinguono, non potranno non rafforzare una tendenza ricca di evidenti implicazioni politiche.

Il riemergere del dibattito linguistico rivela, come Gramsci spiegava, l’esistenza di altre questioni attorno alle quali gli uomini vanno interrogandosi: tali problematiche non sembrano destinate a esaurirsi, anzi è facile prevedere che accompagneranno l’intera umanità nel XXI secolo.

Per una sorta di fantasmagorico gioco del destino i sardi, abituati a essere considerati e a considerarsi sempre in ritardo rispetto ai tempi, potrebbero trovarsi (e obiettivamente per certi aspetti si trovano) nella situazione di chi ha già ideato soluzioni oggi attuali, tanto nella così detta ingegneria istituzionale (si pensi al federalismo), tanto in quello delle architetture culturali e letterarie derivanti dal rapporto con nazioni maggiori potenti. È l’eredità che deriva da una somma di complesse vicende le quali hanno fatto sì che la regionalità sarda tenda verso una nazionalità per certi aspetti altra rispetto a quella italiana: sicuramente influenti i percorsi della storia, i medioevali contatti con Pisa e Genova che rendono attiva la suggestione della cultura (e della lingua) italiana, la stagione dell’autonomia giudicale segnata dall’uso del sardo che diviene la lingua dell’amministrazione pubblica e della codificazione giuridica, i lunghi secoli nei quali si sviluppa il rapporto con la cultura catalano-aragonese, il legame che dai primi decenni del Settecento si avvia col Piemonte e che porta l’isola, attraverso le vicende risorgimentali, verso l’orbita di una cultura italiana il cui influsso deve misurarsi con il ribollire di secolari sostrati.

Un insieme di spinte e controspinte delle quali converrà tenere conto quando si prenda in esame anche il meno noto fra gli scrittori che hanno operato in Sardegna.


[1] C. Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1984, p. 54.

[2] F. Brevini (a cura di), La poesia in dialetto. Storia e testi dalle origini al Novecento, Milano, Mondadori, 1999, t. II, pp. 1531-1532.

[3] Egidio Pilia (1888-1938) scrisse un’opera intitolata La letteratura narrativa in Sardegna. Il romanzo e la novella, della quale diceva: “questo lavoro, più che un volume di pura critica letteraria, ha voluto essere una sintesi sia pure modesta della vita spirituale sarda” (E. Pilia, La letteratura narrativa in Sardegna. Il romanzo e la novella, Cagliari, Il Nuraghe, 1926, p. 3).

[4] G. Procacci, Storia degli italiani, Bari, Laterza, 198013, vol. I, p. XI.

 
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