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Gli eroi della conoscenza nel Settecento sardo

La seconda metà del Settecento segna una svolta nella storia isolana: prevale finalmente la speranza e gli intellettuali, sulla scia dell’illuminismo europeo, sentono la necessità di armarsi in nome del desiderio di rinascita. Si tratta di eroi – così ci piace definirli – per il coraggio dimostrato nel perseguire il proprio fine: molti di loro furono costretti all’esilio a causa dell’azione politica avviata; ma, soprattutto, in considerazione di quei dati, tristissimi, che così presentano la situazione sarda di quegli anni: 260.000 gli abitanti al censimento del 1698 (che arriveranno a poco più di 450.000 verso la fine del XVIII secolo[1]), disomogeneamente distribuiti in un’isola di 24.000 kmq. Sono pochi i nostri antenati e vivono in condizioni logistiche terribili: le vie di comunicazione sono risibili e le fonti di sostentamento quasi inesistenti, con le campagne incolte.

Proprio sul tema della coltivazione della terra, i nostri eroi puntarono lo sguardo, rendendolo protagonista delle loro opere. A titolo esemplificativo, nel mare magnum della letteratura didascalica del Settecento, tratteremo le opere del Carboni, del Purqueddu, del Simon, del Valle, del Cossu e del Manca dell’Arca. Ciascuno nella propria specificità, ma tutti animati dal medesimo sentire: il desiderio di riscattare la Sardegna dall’infelice condizione nella quale versava e trovando, nella personale capacità progettuale, la via per ottenerlo.

 

Facendo un balzo nella storia: nel 1720, l’isola fu assegnata al Piemonte, che decisamente avrebbe preferito mantenere la Sicilia, ma che fu costretto ad adeguarsi al gioco di equilibri gestito dalle potenze europee. L’economia sarda era eufemisticamente arretrata per la permanenza di strutture feudali superate e di un sistema inefficace di sfruttamento della terra.

“Nel giro di cinque secoli la Sardegna era passata, in modo non certo indolore, dal rapporto con Pisa e Genova – che avevano contribuito alla fine dell’autoctonia giudicale, attraverso tre dominazioni: quella catalano-aragonese, quella spagnola e, infine, quella sabauda”. “Né certo aiutano a superare queste difficoltà lo stato di estrema miseria del paese, l’agricoltura ridotta a un puro livello di sussistenza, il commercio praticamente inesistente per la instabilità dei trasporti e per i numerosi dazi gravanti sulle merci, la mancanza di liquidità, le condizioni igieniche e sanitarie assolutamente deficitarie, l’ignoranza diffusa, l’ordine pubblico che solo un eufemismo potrebbe definire precario, vuoi per l’insicurezza delle campagne percorse dai banditi, vuoi per quella delle zone costiere flagellate dalle scorrerie barbaresche”[2].

In tale panorama da secoli immutato, il governo piemontese – almeno in una prima fase – riuscì a raccogliere consensi per la sua attività riformatrice che appariva abbastanza intensa, pur essendo del tutto limitata e totalmente estranea alle reali necessità dell’isola. Ciononostante, l’azione del governo sabaudo, seppur mossa dalla necessità di strutturare la “colonia”, in un simile quadro desolante, poteva solo dare qualche esito positivo.

L’avvio di un processo di riforme, che coinvolgeva anche le università di Sassari e Cagliari (modificate in direzione del modello torinese), tolse gli intellettuali sardi dalla sfera di immobilismo culturale nella quale erano imprigionati e diede il via agli autori di componimenti didascalici, accrescendo “l’innato amor di patria”[3].

Il fiorente filone didascalico, in prosa e in versi, testimonia l’adesione all’ideale illuministico della pubblica felicità, che passa attraverso il fondamentale diritto alla conoscenza, basato sulla convinzione che fosse possibile intervenire sull’uomo per migliorarlo attraverso l’acquisto di informazioni e giungere – udite udite! – perfino alla correzione delle opere di governo. Naturalmente, per il raggiungimento di un simile obiettivo, erano chiamati ad operare tutti gli uomini di lettere. Si cercò di elaborare uno stile nuovo, che attraesse il lettore per guidarlo alla totale conoscenza della materia, che andava sviscerata in ogni sua parte.

Non risposero alla chiamata solo gli autori maggiori, ma decine di personaggi che talvolta composero una sola opera che mirava a spiegare come si coltiva il gelso, si ara un campo e si rafforza una pianta, o si accoppiano i tonni. “Letterariamente modesto”[4], il nostro filone didascalico, ma particolarmente interessante: l’intellettuale del tempo non era spinto esclusivamente dalla sequela della moda illuministica, ma trovava in quel genere letterario il suo canale per avere un peso, uno spazio per modificare la situazione corrente o almeno per fare un tentativo in tale direzione.

In tutt’Italia si respirava l’aria di riforma agraria che investiva la Toscana, la Lombardia, il Veneto, la Campania e la Sicilia: “quel moto di rinnovamento agrario e commerciale, una volta iniziato, era destinato ad espandersi gradatamente lungo le vie fluviali, lungo le nervature delle vie di traffico, a penetrare ed avviluppare, in quel secolo e nel seguente, ragioni che fino allora erano state il regno dell’abbandono e della morta gora: testimoni per la estrema Sicilia Paolo Balsamo, per la Sardegna il Gemelli, a non dire di altri e di altre regioni”[5].

Dallo studio e dalla riflessione sulla realtà sarda emersero le cause dei mali e i possibili rimedi: furono compilati saggi, memorie e relazioni, e non mancò il fondamentale contributo del clero, attraverso le omelie o le lettere pastorali tese ad informare la popolazione sulle nuove leggi o a spiegare come applicarle. Ma dai vescovi arriva anche l’incitamento ai presbiteri, ad essere cittadini e membri di una società civile, come scrive Vittorio Filippo Melano di Portula[6], arcivescovo di Cagliari, e la pastorale non può essere, in tempi grigi, di simile miseria, esclusivo sostegno spirituale, ma deve sostentare i fedeli anche materialmente.

Il vescovo di Ales finanziò la pubblicazione di un volumetto in sardo e italiano intitolato Discorso sopra l’utilità delle piante e della loro coltivazione, stampato nel 1779 dalla Stamperia cagliaritana e poi, in una nuova edizione, tradotto in sassarese, “A comun’intelligenzia di tutti li di chissa patria, li quali innorani lu cultu linguaggiu Italianu”.

L’agricoltura era argomento privilegiato sia dagli intellettuali sardi che dai loro governanti piemontesi. Il trattato Agricoltura di Sardegna di Andrea Manca dell’Arca “è la prima opera che affronta in maniera compiuta tutta la problematica relativa alla pratica agricola in Sardegna. L’informazione tecnica è ampia e precisa, rivela una profonda esperienza e un attento studio teorico, ma il pregio del volume consiste soprattutto nella capacità dell’autore di rapportarsi alla realtà sarda e di formulare un progetto complessivo frutto di una visione globale dei problemi isolani. Il Manca dell’Arca conosce il clima, la composizione dei suoli, le essenze naturali che allignano in Sardegna, ha una visione chiara del modo in cui è condotta la pastorizia ed è convinto che a questa attività possa essere data un’impostazione razionale e moderna, tale da condurre – superato il tradizionale conflitto – ad un’integrazione con l’agricoltura. Su queste basi imposta un discorso d’assieme che non concerne solo i modi della pratica agricola, ma dice anche del perché, in quale generale prospettiva economica, quell’attività possa essere utilmente sviluppata e possa condurre, praticamente quanto metaforicamente al rifiorimento della sua terra”[7].

Domenico Simon[8] (1758-1829) compose il poemetto in italiano Le piante[9] scritto, su un tema assegnato, per ottenere l’associazione al Collegio delle Arti Liberali. La Sannia Nowé evidenzia il fatto che l’Autore pare spesso riferirsi al trattato della Pubblica felicità del Muratori, che dovette condizionare il progetto riformatore del ministro Bogino. L’opera dello scrittore algherese si articola in quattro canti su origine, vita, utilità e bellezza delle piante. Ma il Simon ha anche una chiara opinione sulla situazione economica sarda e sviluppa il proprio ragionamento, sempre in versi: l’economia sarda è in una condizione precaria perché l’isola è costretta ad importare troppi prodotti; così, per la pigrizia dei sardi, l’isola è “tributaria” degli stranieri. Tutte le popolazioni che possiedono navi (la Sardegna non ha una flotta perché non ha legname) “prelevano” dall’isola buona parte di ciò che produce risparmiando sui mercanti, mentre i sardi importano ciò che potrebbero facilmente produrre. La coltivazione delle piante garantirebbe benefici alla pastorizia e il clima potrebbe diventare più piovoso; anche la malaria si potrebbe debellare, scomparirebbero le tradizionali colture non produttive per dedicarsi a quella della frutta.

I tonni[10] di Raimondo Valle non ha una vera finalità pedagogica, ma illustra i momenti più suggestivi della vita dei tonni (gli amori) e della loro morte (la mattanza). Il suo inserimento fra gli autori didascalici non è comunque casuale: infatti, in alcune delle numerose note del testo poetico, il Valle identifica nella diversificazione e nella specializzazione delle attività economiche la via di salvezza dell’economia sarda. “La marineria e il commercio possono divenire settori trainanti, a patto che i sardi sappiano compiere una grande rivoluzione tecnologica, mettano da parte le barche a fondo piatto e le piccole reti della tradizione, prendano confidenza con le onde del mare aperto. Finora la pesca d’altura e la commercializzazione del pesce sono sempre state nelle mani di genovesi, napoletani, siciliani: perché provvisti di barche a schiena non tentano i pescatori Sardi d’imitarli?”[11].

Il Valle cita poi un allora recentissimo scritto “del Signor Professore di Medicina Dottor Pietro Antonio Leo, intitolato Di alcuni antichi pregiudizi sulla così detta Sarda intemperie, e sulla malattia conosciuta con questo nome, Lezione Fisico-Medica[12].

Neanche l’opera di Pietro Leo può essere inserita nel genere didascalico, perché non è uno scritto con finalità letterarie, ma una vera e propria lezione tenuta agli studenti dell’università di Cagliari; eppure mostra come vada affermandosi il pensiero moderno, nutrito di analisi scientifica e di riflessione filosofica. Il Leo utilizza gli elementi professionali di cui dispone per disegnare un progetto di futuro per la sua terra, prodigandosi contro la più grave malattia che affligge l’isola e l’ignoranza medica che le consente di mietere un numero sempre maggiore di vittime.

Sul tema del flagello della malaria si cimenta anche, in De sardoa intemperie, Francesco Carboni[13]. Il suo poemetto in esametri latini è una “favola mitologica nella quale la Sardegna viene punita per non aver saputo apprezzare sufficientemente il suo stato felice e di aver così suscitato l’ira e la vendetta degli dei”[14]. Il Carboni è un uomo di lettere, in rapporto costante con gli ambienti della cultura italiana. Il suo poema didascalico è dedicato alla piaga che ha devastato il suo popolo, la sua terra che egli celebra con un verso, una poesia limpida e alta. La proposta di rinascita è nel III canto: qui la Sardegna appare descritta quale potrebbe essere se gli acquitrini venissero bonificati, se fossero realizzati i canali e le opere di drenaggio, arati i suoli, fertilizzati, resi produttivi, ricostruiti i villaggi e le città nel territorio spopolato, rigenerata la vita operosa e civile che alla Sardegna manca.

“Sono tutte cose che un intelligente viaggiatore settecentesco, Giuseppe Gorani, aveva capito in dieci giorni di soggiorno nell’isola e aveva raccontato in uno scritto che conclusivamente afferma essere la responsabilità di tutto della corte di Torino che trascura la Sardegna. Poteva non capirlo il Carboni? Sarebbe azzardato affermarlo. Capiva, e capiva che il potere politico è non di rado una malabestia, lenta a muoversi, indolente, neghittosa. E che l’uomo di lettere, colui che ha le idee, è portatore di progetti, deve convincere chi ha il potere, deve lusingarlo e fingere, perfino, che tutto il merito (della progettazione, della volontà di fare, della realizzazione) interamente gli spetti”[15].

Gian Andrea Massala[16] (1777-1817) non è un poeta didascalico, ma ci è qui utile poiché pubblicò, nel 1807, il Programma d’un giornale di varia letteratura ad uso de’ sardi, quale ulteriore elemento di crescita culturale, uno spazio appropriato al dibattito esistente in Sardegna. Del giornale il Massala delinea anche il programma che prevede articoli relativi alla filosofia, quindi alla letteratura, alla storia, ai viaggi, alla statistica, alle scienze fisiche e naturali, alle scoperte chimiche, alle innovazioni nei processi delle arti e dei mestieri. E il giornale nasce in Sardegna, che, da tale iniziativa, deve cogliere l’occasione per divulgare la storia patria.

Il pubblico al quale il Massala mira è composito: perciò, non dovranno mancare neanche articoli “leggeri”, presentazioni di libri e di scrittori stranieri, proposte di testi poetici e di tutto ciò che può dilettare il lettore.

Giuseppe Cossu (1739-1811), funzionario del governo piemontese, dedicò ogni energia al piano di riorganizzazione dei Monti predisposto dal conte Bogino. Con quello strumento il governo piemontese intendeva porre rimedio alla miseria dei contadini privi di capitali e quindi oppressi dall’usura, oltre che dal fisco. I Monti, dotati i propri terreni sui quali gli agricoltori avrebbero potuto lavorare gratuitamente, disponevano anche delle scorte granarie da anticipare per la semina. Ogni azione di Giuseppe Cossu, funzionario sabaudo, venne sorvegliata e guidata da Torino, censurata e respinta quando non conforme agli orientamenti impressi al processo di rifiorimento della corte piemontese. “Il ministro Bogino era favorevole alle riforme, a patto però che venissero decise dal governo centrale, senza creare nei funzionari sardi, negli intellettuali e, in genere, nei sudditi dell’isola, la pericolosa convinzione di poter agire in modo anche solo timidamente autonomo. Contro questo rigido atteggiamento si scontrarono le volontà di quanti erano favorevoli al rinnovamento: ben presto fu chiaro che, a non voler affrontare un lungo e logorante braccio di ferro come quello intrapreso dal Cossu, la scelta obbligata per i seguaci dei lumi, in Sardegna, era una scelta d’opposizione. Un’opposizione che soltanto quando ogni altra speranza venne negata si manifestò nella violenza di una lotta durissima e nella sollevazione armata”[17].

Il Cossu nutriva infinita fiducia nella possibilità di contribuire attraverso una seria pianificazione economica, al risollevamento delle sorti dell’isola e dei suoi abitanti. Quando si accorse che la coltura granaria non avrebbe potuto, da sola, determinare un radicale risanamento delle condizioni economiche dell’isola, il Cossu pensò alla possibilità di rifiorire che veniva offerta a tutta l’Europa (quindi, anche alla Sardegna) dalla coltura del gelso, dall’allevamento dei bachi da seta e dalla sua produzione. Per diffondere le sue idee scrive, in sardo campidanese, La coltivazione de’ gelsi e propagazione de’ filugelli in Sardegna, che comprende la Moriografia sarda ossia Catechismo agrario proposto per ordine del regio governo alli possessori di terre, ed agricoltori del regno sardo e la Seriografia sarda ossia Catechismo del filugello proposto per ordine del regio governo alle gentili femmine sarde.

Superato l’ossequio al sovrano, è possibile scorgere nei due Dialoghi una proposta politica complessiva. Il Cossu è il primo teorizzatore della sinergia: egli riteneva infatti che, per la creazione di una nuova società, il letterato, o comunque chiunque avesse avuto la possibilità di studiare o di viaggiare, dovesse collaborare con chi lavora i campi, aggiornandolo sulle nuove tecniche agricole per trarre così dalla terra il maggior rendimento possibile. Le campagne sarde potranno rifiorire quando finalmente, diversificate le colture e introdotte nuove tecniche, sarà consentito a chi lavora di trarre un guadagno proporzionato alla fatica spesa. E non il necessario per sopravvivere, ma gli agi e la prosperità.

È l’affermazione di una teoria rivoluzionaria, di un credo in nome del quale, di lì a poco, verrà dato l’assalto alla Bastiglia e una classe emergente contrapporrà il proprio spirito intraprendente e il progetto di riforma politica e morale alla volontà dell’aristocrazia. “L’isola  aveva in quegli anni cominciato a svegliarsi dal suo torpore: il baronaggio era stato un po’ indebolito, la classe borghese si era un po’ accresciuta e si era in parte aperta alla nuova cultura illuministica; anche la statica situazione delle campagne cominciò ad essere intaccata almeno in alcune zone; si preparava insomma anche in Sardegna una situazione di crisi che esplose poi violentemente negli anni 1793-96”[18].

Il passaggio dal Cossu al Purqueddu – sia per le considerazioni progettuali che per l’appartenenza sociale – è quasi lineare: infatti, anche lo scrittore di De su tesoru de sa Sardigna è un esponente della borghesia “accresciuta” e “aperta alla cultura illuministica”. Il testo fu pubblicato in una pregevole edizione curata da Bonaventura Porro, direttore della Reale Stamperia di Cagliari, che lo correda di una dedica al Signor Conte Lascaris Viceré in Sardegna. Tale dedica appare, all’interno dell’opera, più rilevante di quanto solitamente non siano gli ossequi ai “governanti”. In essa infatti il Porro esprime fondamentali concetti, riassumibili in una parola: pace. La Sardegna ha bisogno di serenità dall’esterno, di scongiurare i pericoli che vengono dal mare, con patti e trattati. Ha bisogno di pace al suo interno per potersi sviluppare in maniera armonica: meno briganti e più strade confortevoli. La Dedica è solo una breve nota introduttiva scritta da uno stampatore ma, nella sua concisione, vale un trattato nel quale siano esaltate l’operosità e l’intraprendenza umana, le capacità imprenditoriali che possono dare prova di sé soltanto quando lo stato garantisce tutte le condizioni per la pace. È il credo di una nascente borghesia che, anche in Sardegna inizia ad affermare i propri diritti.

L’ispirazione del Purqueddu nasce, ancora una volta, dalla volontà di contribuire all’utile comune e così descrive in versi (in sardo e poi traduce in italiano) il suo tesoro: l’allevamento di quei bachi intorno ai quali si raccoglievano molte delle speranze di rifiorimento.

 

La letteratura didascalico-scientifica, della quale abbiamo ricordato solo alcuni esempi, vuole rendere merito ai letterati della seconda metà del Settecento dello sforzo compiuto per dare alla Sardegna l’opportunità che secoli di dominazione spagnola le hanno sempre negato: liberarsi dall’arretratezza e dall’isolamento culturale e commerciale.

Tale esperienza letteraria non resta isolata, né viene interrotta dal fallimento del processo di riforma: in realtà funge da base per la letteratura otto e novecentesca, sempre ispirata dall’amor patrio e dalle genti sarde.


 

[1] Cfr. G. Cossu, La coltivazione de’ gelsi, e propagazione de’ filugelli in Sardegna, a cura di Giuseppe Marci, Cagliari, Centro di studi filologici sardi/Cuec, 2002, p. 15.

[2] G. Marci, Idealità culturali e progetto politico dei didascalici sardi nel Settecento, in A. Purqueddu, De su tesoru de sa Sardigna, a cura di Giuseppe Marci, Cagliari, Centro di studi filologici sardi/Cuec, 2004, rispettivamente pp. IX e XI.

[3] D’altro canto, l’orgoglio “nazionale” che nacque e si sviluppò in quegli anni ha una forte eco nella vasta produzione di romanzi storici che caratterizzano la nostra letteratura della seconda metà dell’Ottocento.

[4] L. Sannia Nowé, Dai “lumi” alla patria italiana. Cultura letteraria sarda, Modena, Mucchi, 1996, p. 13.

[5] R. Ciasca, Germogli di vita nuova nel ‘700 italiano, in “Annali” della Facoltà di Filosofia e Lettere della Regia Università di Cagliari, 1930-31, Roma, 1931, p. 73.

[6] Cfr. V. F. Melano di Portula, Lettera pastorale, 25 marzo 1788, significativamente pubblicata nel testo di G. Cossu, op. cit., pp. 254-260.

[7] G. Marci, Idealità culturali e progetto politico dei didascalici sardi nel Settecento, in A. Purqueddu, De su tesoru de sa Sardigna, cit., p. XLII. Cfr. A. Manca dell’Arca, Agricoltura di Sardegna, a cura di G. Marci, Cagliari, Centro di studi filologici sardi/Cuec, 2004.

[8] A lui si deve l’iniziativa di una raccolta di Scriptores rerum sardoarum, il primo tentativo di ricostruzione della tradizione intellettuale sarda elaborato anche per l’influsso di quel rinnovamento degli studi e della necessità di ricostruzione della propria identità patria di cui abbiamo detto.

[9] D. Simon, Le piante, a cura di G. Marci, Cagliari, Centro di studi filologici sardi/Cuec, 2002.

[10] Stampato a Cagliari, dalla Reale Stamperia, nel 1802.

[11] G. MARCI, Idealità culturali e progetto politico dei didascalici sardi nel Settecento, in A. Purqueddu, De su tesoru de sa Sardigna, cit., p. L.

[12] P. A. Leo, Di alcuni antichi pregiudizii sulla così detta Sarda intemperie, a cura di G. Marci, introduzione di Alessandro Riva e Giuseppe Dodero, Cagliari, Centro di studi filologici sardi/Cuec, 2005.

[13] Pubblicato a Cagliari, nel 1772.

[14] N. Tanda, Letteratura e lingue in Sardegna, Cagliari, Edes, 1991, p. 25.

[15] G. Marci, Idealità culturali e progetto politico dei didascalici sardi nel Settecento, in A. Purqueddu, De su tesoru de sa Sardigna, cit., pp. LXII-LXIII.

[16] Massala fu anche autore di Dissertazione sul progresso delle scienze e della letteratura in Sardegna dal ristabilimento delle due regie Università (1803).

[17] G. Marci, Idealità culturali e progetto politico dei didascalici sardi nel Settecento, in A. Purqueddu, De su tesoru de sa Sardigna, cit., p. XXXV.

[18] G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. I, Le origini del Risorgimento, Milano, Feltrinelli, 1966, p. 98.

 
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